LE SEPOLTURE DELLA FASE PALEOCRISTIANA­ALTOMEDIE VALE

Le dodici sepolture riferibili all’edificio paleocristiano-altomedievale messo in luce all’interno della Parrocchiale di Garlate presentano, per la maggior parte, una struttura a cassa in lastre di arenaria, localmente detta “pietra serena o pietra molera”. Ad eccezione di T 24 (sarcofago), T 28 (fossa in nuda terra con cordolo di ciottoli), T 23 e US 3066 (strutture in muratura con presenza di lastre nei lati brevi), le rimanenti otto sepolture sono infatti riconducibili a questa tipologia che, con minime varianti relative principalmente alla copertura o al fondo, è attestata nel lecchese a partire dalla tarda età imperiale (NOBILE DE AGOSTINI 1994, pp. 230-232) fino all’alto medioevo (esempi in SANNAZARO 1994, pp. 300-308).
A Garlate le tombe a cassa litica presentano, con alcune eccezioni, caratteristiche ricorrenti quali l’impiego di una singola lastra a coltello per ogni lato della sepoltura, la realizzazione della copertura e del fondo con due lastre quadrangolari di dimensioni simili poste di piatto, la sistematica sigillatura dei vari elementi con malta. Piccole varianti sono costituite dalle coperture di T 17, alla cappuccina sigillata da malta, o di T 29 e T 31, con più lastre mentre, in T 27, la lunghezza insufficiente del lato E è integrata da un piccolo tratto in muratura. Maggiore diversità si riscontra nel fondo il quale può essere in nuda terra (T 17), realizzato con un’unica lastra (T 31) o, viceversa, essere formato da più lastre (T 21, T 29) o laterizi (T 27) di reimpiego posti gli uni accanto agli altri; gli eventuali spazi vuoti possono essere colmati da frammenti di laterizi e/o di lastre (T 22, T 24, T25).
La principale nota distintiva è costituita dalla messa in opera del gruppo T 31, T 29, T 21, T 18 che, costruite a partire da T 31, hanno sempre un lato in comune con le strutture adiacenti. A tale soluzione ha contribuito in parte T 31 che, forse per motivi di spazio, è disposta secondo l’asse Nord/Sud, diversamente da quasi tutte le altre sepolture dell’edificio, orientate Est/Ovest.
Particolare è anche la copertura di T 21. La sepoltura, pur sfruttando quale parete sud la lastra di T 29, appoggia la copertura su due pilastrini, uno dei quali è un frammento di colonna romana reimpiegata. La differenza di quota tra le coperture di T 21 e T29 e il fatto che la copertura di T 18 sfrutti quale sostegno quella di T 21, hanno quindi generato una serie di incastn reciproci, tali da impedire il riutilizzo di T 21 senza una contestuale riapertura di T 18.
La forma delle casse litiche è prevalentemente rettangolare; la sola T 29 ha pianta trapezoidale. Nella costruzione non fu comunque seguito un modulo costante. Benché di forma rettangolare, le sepolture hanno misure abbastanza diverse le une dalle altre e l’effetto più macroscopico è costituito dalle quote delle lastre di copertura e dalla superficie interna delle casse, che possono variare anche sensibilmente tra loro. Difficile è determinare con sicurezza quale sia stato il motivo di questa scelta, forse dettata dalla stessa natura delle lastre di arenaria, poco compatte e facilmente soggette a sfaldature; non si può comunque escludere che l’intenzionalità di riutilizzare una determinata sepoltura o l’esigenza, in primis, di una fossa bisoma abbiano determinato la larghezza di una tomba rispetto ad un’altra. L’analisi in corso dei resti osteologici e, soprattutto, il microscavo da eseguirsi in laboratorio dell’intera T 21 e di parte di T 29, T 27 e T 31, raccolte con l’ausilio di una lamina di ferro, potranno forse dare qualche suggerimento in proposito.
Nelle tombe a lastre si è riscontrata una sistematica sigillatura delle varie componenti. Come si è avuto modo di sottolineare, la malta rosata caratterizza le tombe del periodo più antico (V-VI secolo), mentre quella biancastra, presente sulla parte di copertura utilizzata per riaprire le sepolture, è da mettere in relazione ad un periodo successivo. Grazie a questo dato, per il quale si attendono comunque le conferme delle analisi, si può affermare con una discreta sicurezza che T 18, completamente sigillata da malta biancastra, appartiene ad una fase posteriore all’impianto di T 31 e T 21, di cui condivide parte della struttura. Tale dato costituisce un’ulteriore conferma alla lunga durata della cassa a lastre la cui longevità, in ambito prealpino, fu legata alla facilità di approvvigionamento della materia prima.
Pertinente al primo periodo di vita dell’edificio religioso è anche T 24, in realtà un grosso sarcofago monolite, la cui forma è ben attestata in tutto il territorio lariano. Si tratta di un notevole blocco di granito, di forma parallelepipeda, la cui cavità interna presenta i lati brevi fortemente arrotondati, le pareti a piombo e il fondo orizzontale. La copertura era costituita da due lastre quadrangolari di granito, appoggiate di piatto. Analogamente a quanto si è constatato per le sepolture a lastre, la copertura era originariamente sigillata da malta rosata poi sostituita, nella porzione aperta e richiusa più volte per l’introduzione di nuovi defunti, da malta biancastra.
Il sarcofago, probabilmente ricavato da un masso erratico di origine glaciale, trova numerosi confronti nel territorio circostante, soprattutto nella versione dei cosiddetti massiavelli (FRlGERIO 1981) ed ha una forma ben nota nella letteratura dalla quale viene prevalentemente considerato di età romana-tardoromana o, al più tardi, altomedievale (BOLLA 1990, pp. 468-469, n. 8; CAIMI-UBOLDI 1993, p. 133, n. 125; CASINI 1994, pp. 335-336, n. 33). Dal momento che permane una certa insicurezza cronologica, non si hanno elementi sufficienti per stabilire se il manufatto sia da considerare un riutilizzo (come è forse più probabile) oppure la sede di una sepoltura particolarmente prestigiosa appositamente commissionata per il mausoleo di V sec. Di un certo interesse è, ad ogni modo, un secondo sarcofago, del tutto simile ma attualmente privo di copertura, conservato a Garlate nel cortile di casa Gnecchi, adiacente la chiesa di S. Stefano. Si tratta forse del «sepulcrum ... magnum totum lapideum factum in forma magne capse cum suo coperto» segnalato nella visita pastorale del 12 ottobre 1570 (Archivio Parrocchiale di Olginate, VM/1, Registro Visite Vecchie) che, posto all’interno della vicina chiesa ora distrutta di S. Agnese, potrebbe aver avuto un’origine comune a T 24.
All’estremità opposta della chiesa fu costruita T 23, la quale, caratterizzata dall’esclusiva presenza di malta biancastra, è probabilmente più tarda della maggior parte delle tombe a lastre e del sarcofago. La struttura era posta, secondo una delle ipotesi ricostruttive, nel nartece della chiesetta e, in base alle malte utilizzate potrebbe essere stata contemporanea, o quasi, a T 18.
La fattura di T 23 presenta una certa accuratezza: i due lati lunghi erano realizzati con sei corsi abbastanza regolari di mattoni, integrati da rappezzi di laterizi disposti a spina-pesce nella parte centrale ed occidentale; verso il fondo, i mattoni erano sostituiti da un corso di pietre di medie dimensioni, il tutto era legato da malta molto tenace che, fuoriuscendo dai letti di posa dei muretti, era stata lisciata sopra i laterizi stessi che così risultavano abbondantemente coperti da una sorta di intonacatura. Le pareti brevi erano realizzate ognuna da una lastra di pietra, integrata sul lato est da mattoni legati da malta. Sul fondo, formato da due lastre e frammenti di mattoni, era presente una sfaldatura di calcare di forma subrettangolare, assimilabile ad un cuscino per appoggiare il capo del (primitivo?) defunto. La copertura era costituita da un’unica lastra di granito a sezione triangolare, la cui superficie superiore presenta due leggeri spioventi.
L’esecuzione di questa tomba, caratterizzata da una pianta rettangolare, non è facilmente databile in quanto l’uso di muretti in laterizi contraddistingue spesso le sepolture alto-medievali lombarde. Particolarmente suggestivo è comunque il confronto con le tombe T, 2, 5 di Trezzo sull’Adda, distribuite nell’ arco del VII sec., la cui copertura monolitica a doppio spiovente è molto simile a quella di T 23 (R0FFIA-SESINO 1986, pp. 11-12, 26-27. 83-86). Altre lastre monolitiche a doppio spiovente sono inoltre note da Arsago Seprio (Va), da sepolture datate tra la fine del VI e il secondo trentennio del VII sec. (De MARCHI 1995, pp. 56-58).
In parte simile, per la compresenza di elementi litici e muratura, è US 3066, rinvenuta nella sacrestia sud e, quindi, all’esterno della cappella funeraria. I lati brevi sono in lastre (l’una di serizzo, l’altra di arenaria), i lati lunghi costituiti da pietre di varie dimensioni legate da malta e integrate, sul lato N, da una lastra di forma irregolare. La posizione stratigrafica di questa sepoltura non è affatto chiara. Nei pressi, ma all’interno della trincea di fondazione del perimetrale sud romanico, è stata inoltre rinvenuta una fusarola in osso decorata ad occhi di dado, forse proveniente dalla tomba in questione.
Completamente diversa è T 28, orientata Nord/Sud, solo parzialmente conservata, la quale presenta una semplice fossa in nuda terra con cordolo di ciottoli sul fondo. La sepoltura, fortemente compromessa dalle fondazioni dell’edificio romanico, taglia il mosaico romano ed è a sua volta tagliata da T 23. Problematica appare la datazione di questa sepoltura, tipologicamente riconducibile ad un generico orizzonte tardoantico-altomedievale ma, d’altro canto, completamente diversa dalle altre tombe presenti nell’edificio. L’impiego di ciottoli, seppure legati da malta, compare anche a Garlate loc. Figina in sepolture datate al IV-V sec., i cui corredi sono prevalentemente costituiti da piccoli contenitori di ceramica e/o vetro (CASINI 1994, p. 353, n. 164). Cronologicamente non casuale potrebbe quindi essere la presenza, in T 28. di un fondo di vasetto in pietra ollare la cui superficie esterna, solcata da ampie scanalature, sembra riferibile al tipo IV di Monte Barro, considerato “di transizione” tra la produzione tardoantica e quella altomedievale (BOLLA 1991. pp. 97-98).
Secondo una prassi comune, quasi tutte le tombe furono riutilizzate per più deposizioni. E stato constatato che l’inserimento di un nuovo defunto veniva sempre effettuato, nelle tombe con copertura a due lastre, spostando la lastra ad W, o nel caso di T 31, orientata Nord/Sud, quella a N. Tale deduzione è resa possibile dal fatto che la risigillatura delle coperture presenta sempre malta diversa da quella originaria. Fanno eccezione solo T 18 il cui legante originario è una malta biancastra, e T 23 che pur essendo chiaramente stata riutilizzata, rivela una sola sigillatura. Dal momento che T23 era chiusa da un’unica lastra monolitica molto pesante, è possibile che la tomba sia stata aperta dall’alto una sola volta, riposizionando la lastra senza più sigillarla. La sola T 21, che sembra aver contenuto i resti affiancati di un adulto e di un infante, non è stata riaperta. forse per i problemi connessi all’incastro delle lastre di copertura sopra accennati.
In alcuni casi si è potuto verificare che le ossa delle inumazioni più antiche erano ammucchiate ai piedi dell’ultimo defunto o disposte lungo i lati della cassa: Questo procedimento è apparso più chiaramente nelle tombe la cui primitiva deposizione era stata sigillata da uno strato limoso verdastro, forse ascrivibile ad un episodio di alluvione (v. supra). Nella T 29, ad esempio, i lacerti di limo che inglobavano le ossa della parte superiore del corpo erano ammucchiati verso il fondo dove, ancora in situ e sempre immersi nel limo. restavano i piedi e parte deglitarti inferiori del morto più antico. Dal momento che non si dispone ancora dei dati antropologici, è comunque imprudente pronunciarsi sull’effettivo numero di rideposizioni effettuate
all’interno di ogni singola sepoltura. Gli allagamenti, di cui restano tracce in molte tombe, e l’accertata attività di piccoli roditori e bisce hanno inoltre spesso modificato l’originaria posizione dei resti ai quali non è più possibile riferife in alcun modo i pochi elementi di corredo recuperati.
Benché il restauro dei materiali e il microscavo in laboratorio dell’intera T 21 e di parte di T 29, T 27 e T 31 sia ancora in corso e quindi suscettibile di modificare il quadro generale, va osservato che alcuni oggetti sembrano confermare l’avvicendamento cronologico del complesso suggerito dai dati stratigrafici e dalle fonti epigratiche. Alcuni materiali di VII sec. (elementi di cintura in bronzo a 5 pezzi), provenienti da T 29, non appartengono, infatti, con certezza all’inumazione sigillata dal limo. Possiamo quindi ragionevolmente supporre che l’episodio alluvionale e le deposizioni più antiche si collochino prima dell’inizio del VII sec., epoca a partire dalla quale sono generalmente datate le cinture a cinque pezzi (VON HESSEN 1983, pp. 24-27).
Fra gli altri materiali recuperati, si segnalano un elemento di cintura ageminata dal riempimento sconvolto di T 24, una fibbia di cintura in ferro da T 31 e frammenti di pettine da T 29. In T 27 è stata raccolta, prelevando una porzione del fondo tomba in tegoloni, parte di una deposizione (posteriore alla sigillatura in limo) il cui corredo era composto da una fibbia in ferro, un pettine in osso a doppia fila di denti, due frammenti in bronzo e un colteliino in ferro. Nella radiografia di quest’ultimo sono visibili i chiodini disposti lungo il bordo del fodero e un appiccagnolo in bronzo, forse pertinente alla cintura. Nel riempimento superiore sconvolto della medesima T 27 sono stati rinvenuti altri frammenti di pettine d’osso, vaghi di collana, un anello in ferro e uno in bronzo; particolarmente prezioso è un anello d’oro decagonale con castone decorato da filo godronato.
Determinanti saranno, infine, i risultati forniti dal microscavo in laboratorio del limo raccolto, sulla cui superficie, per lo meno in T 21 e T 29, sono stati individuati già nel corso dello scavo resti di filo d’oro. In particolare, T 21, unica tomba non riaperta con due deposizioni affiancate completamente sigillate, potrebbe contribuire a chiarire le modalità di deposizione praticate nel V-Vl sec. in un contesto sociale privilegiato.

E.P.

 

IMMAGINI CON CROCI TOPOGRAFICHE RIFERITE ALLA MAGLIA DI SCAVI

CONCLUSIONI

Le campagne di scavo ‘95 e ‘96, condotte all’interno della Parrocchiale di 5. Stefano, consentono al momento una valutazione parziale delle strutture messe in luce. Un’ipotesi interpretativa di più ampio respiro potrà essere elaborata solo con l’ampliamento dello scavo nelle aree esterne alla chiesa, in parte occupate da edifici moderni. Pur con questa riserva, il sito si è rivelato ad ogni modo molto interessante confermando alcuni dati già noti per il territorio lariano e fornendo, d’altro canto, nuovi spunti di ricerca. Tra questi, alcuni sono di particolare rilievo.
In primo luogo, la posizione della villa acquista un peculiare significato se messa in relazione con la strada romana, che almeno dal III sec. (periodo al quale si data il ponte di Olginate) transitava a nord del complesso. L’insediamento dunque, oltre che di un retroterra agricolo collinare, si avvaleva probabilmente delle opportunità fornite dalla vicinanza di un nodo portuale e della strada ad esso collegata.
In secondo luogo, la presenza di un sacello funerario di V-VI sec, che sfrutta le murature di una villa romana, corrobora l’ipotesi di una tenuta del modello insediativo tardoantico, secondo modalità documentate soprattutto in Canton Ticino (BROGIOLO c.s.). Obiettivo delle prossime indagini sarà, quindi, il chiarire l’eventuale rapporto tra le strutture del mausoleo e le restanti porzioni della villa la cui estensione non è ancora nota.
Un terzo aspetto è riconducibile al fenomeno di cristianizzazione, noto archeologicamente soprattutto in Gallia e nelle Rezie, caratterizzato dal sorgere di cappelle funerarie private che, successivamente, vennero trasformate in chiese entrando a far parte dell’organizzazione ecclesiastica, dipendente gerarchicamente dal vescovo.
I segni materiali di questo iter sono ben documentati nel nostro complesso. In un primo periodo, collocabile nel V-V1 sec. e segnato dalle sigillature di limo verde, gli inumati hanno ricche vesti con broccato d’oro ed epigrafi funerarie. In base alle porzioni non toccate dalla tomba a camera settecentesca, l’interno del sacello doveva inoltre essere quasi completamente costipato di tombe.
Di rilievo storico fuori dell’ordinario è, invece, la successiva fase di utilizzo dell’edificio. Presumibilmente tra la fine del VI e il VII sec. vengono deposti individui con corredi di tipo longobardo, il cui rango sociale non è definibile a causa delle successive spoliazioni. Più significativa a tale riguardo è forse la struttura di T 23. la cui copertura a sezione trapezoidale trova confronti nelle grandi e ricche tombe di Trezzo e Arsago Seprio.
Lo scavo degli altri ambienti della villa romana acquista così un ulteriore significato in relazione a queste ultime presenze: viene infatti da chiedersi se la villa fosse ancora in uso, se in essa vi fosse stato un avvicendamento della proprietà o se si siano verificati altri ignoti avvenimenti.
Merita infine un cenno la sistemazione altomedievale dell’area adiacente all’abside, con una pavimentazione che sigilla le sepolture e conclude l’utilizzo funerario di almeno questa parte della chiesa. Se questa sistemazione potesse essere correlata con le sepolture dell’abside e con la deposizione della tomba privilegiata presso l’altare, avremmo un’indicazione materiale della trasformazione del sacello funerario in luogo di culto, grazie all’intervento di un personaggio di rilievo, in un’età posteriore alle deposizioni della prima età logobarda e quindi collocabile alla fine del VII se non, addirittura, all’VIII secolo.

 

G.P.B.