Dedico questo scritto alla memoria del prof. Michelangelo Cagiano de Azevedo, dal quale, inesperto studente, sentii per la prima volta parlare del comes Pierius.
Ringrazio vivamente il parroco don Mario Colombini per la disponibilità e l’interesse mostrato per il mio lavoro; la dott.ssa Stefania Casini e l’arch. Paolo Corti, cui si devono le foto pubblicate, per la fattiva collaborazione.

MARCO SANNAZARO

 

 

IL COMES DOMESTICORUM PIERIUS E LA BATTAGLIA DELL’ADDA DEL 490

 

Nel 1896 la chiesa parrocchiale di S. Stefano a Garlate fu interessata da lavori di ampliamento e ristrutturazione che cambiarono l’orientamento dell’edificio con la costruzione di una nuova facciata sul sito della vecchia abside; fu nel demolire il vecchio muro absidale che si rinvennero due frammenti marmorei iscritti pertinenti originariamente un’unica lastra. Di questo ritrovamento parlò per primo Giovanni Baserga, che fornì prima edizione dei due epitaffi iscritti sulla lapide; successivamente le iscrizioni vennero incluse da Ugo Monneret de Villard nel suo corpus delle epigrafi cristiane comasche e la prima venne pubblicata anche da Angelo Silvagni nei MEC. Finora dell’epigrafe sono state date letture parzialmente inesatte e soprattutto non si riconosciuta la possibilità di identificare storicamente il personaggio citato nel primo dei due epitaffi, ipotesi che viene discussa in questo libro.

L'EPIGRAFE

I due frammenti, in marmo di Musso, sono conservati presso la parrocchiale di S.Stefano in un locale attiguo alla sacrestia, misurano rispettivamente cm 28 x 70 x 8, e 61 x 27 x 8, combaciano e sono sovrapponibili. La lastra ricomposta presenta lati superiore e laterale destro (per chi guarda) abbastanza integri, l’inferiore lacunoso e risulta priva di una striscia di materiale sul lato sinistro. Da questa parte si presenta una frattura tendenzialmente parallela al lato destro, con asperità, sbrecciature e due incavi ad andamento curvilineo (cm 8 c.a di diametro) in prossimità dei lati brevi. Sembra un taglio praticato intenzionalmente, anche se con poca cura, per un imprecisabile riutilizzo della lastra prima del successivo impiego come materiale da costruzione. Al reimpiego della lapide si devono anche i residui di malta rosata conservatisi soprattutto sul secondo lacerto di cui otturano in parte i solchi dell’iscrizione.
Considerando che la lacuna ha determinato la perdita, nei casi in cui è possibile un’integrazione sicura, di 4/5 lettere per riga, si può calcolare che la striscia di marmo perduta fosse di c.a cm 13 le misure originarie sarebbero quindi di cm 41 x 131.
Per comodità di esposizione parto dal secondo epitaffio: l’incisione è sottile e poco profonda; l’iscrizione su 7 linee, presenta un ductus molto irregolare che risulta l’elemento più evidente dell’epigrafe; l’interlinea varia da cm i a 4, le lettere, in altezza di cm 2.5-6.2 sono, considerando anche le restituzioni, in numero di 8-12 per riga. Rispetto all’orientamento della lastra le linee di testo risultano oblique, soprattutto le prime 2, mentre nelle altre c’è un progressivo tentativo di correzione che determina un andamento curvilineo.

[Hic] requi
[esc]it in pac
[e ---]tus pre
[sbyte]r qui vix(it)
[in sae]culo ann(os)
[pl(us) m(inus) ---] x
+
Le lettere più caratteristiche sono la A piuttosto aperta con traversa spezzata; la L con braccio leggermente obliquo; la N con aste prolungate; la O piuttosto piccola; la O dall’occhiello aperto e dalla coda pronunciata che nei due esempi attestati presenta inclinazione diversa; la I dall’asta piuttosto lunga; la V molto aperta. Certamente il lapicida che ha inciso l’epitaffio non è lo stesso dell’altro; l’irregolarità del suo lavoro è tale che si ha quasi l’impressione che non abbia potuto operare liberamente e che sia intervenuto su una lapide già collocata e che non poteva essere rimossa.
L’unico elemento sicuro per una datazione post quem è fornito dall’epigrafe precedente che è del 490; il formlario e i caratteri paleografici fanno credere che non vada collocata oltre il VI secolo.
Di maggiore interesse è la prima iscrizione, su 9 righe. Sono parzialmente visibili le linee guida ad una distanza di cm 6-6.2; l'interlinea è di cm 1 c.a; la scrittura, abbastanza fitta, presenta, considerando le restituzioni certe, 12-14 lettere per linea con l'eccezione delle righe 7 e 8 che mostrano un addensamento maggiore (17-19 lettere).

[B(onae)] M(emoriae)
[Hic r]equiescit
[in pa]ce Pierius
[v(ir) il]lusiris
[qui vi]xit in secu
[lo an]nos pl(us) m(inus) I
[dep(ositus) s(ub)] d(ie) iiii idus Acus
[tas Lon]gino bes et Faus
[to v(iris)] c(larissimis) consul(ibus)

LE LAPIDE DI PIERIUS E [---]TUS RICOMPOSTA ; RESTITUZIONE DELL'EPITAFIO DI PIERIUS

Le lettere più caratteristiche sono la A piuttosto stretta e con traversa spezzata; la B con occhiello superiore piuttosto piccolo; la D costruita partendo da una cui è aggiunto il tratto semicircolare: la E stretta; la F con tre bracci, di cui il superiore obliquo e lungo; la G caudata; la L con braccio obliquo, molto accentuato nell’indicazione numerica e prolungato oltre l’asta in un altro caso; la M con aste esterne leggermente divaricate e vertice inferiore che tocca il rigo, nella M della prima linea le aste non si congiungono ai vertici; N con aste prolungate, tranne che nella riga 9; le O sono piuttosto diverse l’una dall’altra, ma tendenzialmente ovali; la Q è caudata; nella V l’asta destra è grosso modo verticale, l'altro, obliquo e curvilineo, che raggiunge l’asta destra; la V della prima riga presenta caratteristiche diverse e pare quasi costruita corregendo una C incisa per errore. Particolare importanza per il nostro discorso assume la T che presenta aspetti diversi: nella linea 2 mostra un braccio sviluppato e una seconda traversa alla base dell’asta, nella riga 5 il braccio è poco sviluppato, nella riga 8 è praticamente assente, segnalato solo da un breve sgraffio. Tutte le parole abbreviate sono segnalate da trattini obliqui talora ondulati.
I caratteri paleografici utilizzati riflettono, come nell’altra epigrafe, forme comunemente utilizzate nelle officine lapidarie dell’epoca e di cui il ricco patrimonio epigrafico dell’area comense offre numerose testimonianze; varianti più particolari come la T con due traverse o la strana V dell’ultima riga vanno probabilmente imputate all’imperizia ed all’estro del lapicida più che a qualche preciso riferimento formale. Il testo presenta anche alcuni errori di scrittura e volgarismi che si riscontrano anche altrove:
il comunissimo secu[lo] senza dittongo, Acus[tas] per Augus[tas]», bes per bis
Nell’editare l’epigrafe il Baserga forniva un’indicazione cronologica errata, ponendola nel 491, invece che nel 490; probabilmente l’equivoco nasceva da un’altra epigrafe di Garlate, già pubblicata dall’Allegranza, che ricorda gli stessi consoli ma che è datata post consulatum.
Anche il Monneret de Villard pubblica i due tituli con qualche errore: innanzitutto, e abbastanza inspiegabilmente, riprende la stessa errata indicazione cronologica fornita dal Baserga; non riconosce che i due epitaffi appartengono ad un’unica lastra e li presenta separatamente; nel proporre l’integrazione al testo sembra supporre un lacuna anche sul lato destro e infine legge la data di morte come <d(ie) III» invece che <(d(je) IIII» ; la datazione ipatica è invece riportata correttamente al 490 dal Silvagni.
Nella restituzione delle parti mancanti, che, se si esclude la riga 4, non pongono particolari problemi, divergiamo in qualche dettaglio dagli editori precedenti : per la riga 2 [Hic relquiescit, già proposto dal Baserga, va preferito al [Hic] quiescit del Monneret de Vìllard; considerando le ricorrenze in altre epigrafi dell’area, nella riga 8 abbiamo optato per Acus[tas] invece che Acus[ti]; nelle righe 8-9 a Faus[tino], scelto da Baserga e Monneret de Villard seguendo la dizione riportata dall’Allegranza per un’altra epigrafe di Garlate, abbiamo preferito il più normale Faus[to].
La linea 4 presenta un’espressione che così come si legge risulta di difficile comprensione: il Baserga la rese con il poco probabile v(ir) si(ngula) ris; il Monneret de Villard sembra non pronunciarsi, tuttavia nell’errata corrige alla sua silloge, modificava ....VSIRIS in .....VSTRIS. In questo modo non correggeva tanto un refuso tipografico, come prospetta nelle parole di premessa, ma piuttosto offriva un’importante chiave per l’integrazione della lacuna.
A questa proposta, accettabile considerando l’incertezza con cui il lapicida tratta le T, va infatti aggiunto che l’esame autoptico consente il riconoscimento di un tratto obliquo prima della frattura a sinistra della V, che potrebbe essere il braccio di una L e che rende possibile la restituzione [viril]lustris o [v (ir) il]lustris.
Personaggi con questo titolo onorifico, che in quest’epoca designa ancora una cerchia limitata di rango elevatissimo, sono piuttosto rari in Italia settentrionale, sono noti un anonimo [vi]r inl(ustris), ex comite sacraram largitionum sepolto in S. Nazaro di Milano nel 418 e la moglie Saura, inl(ustris) f(emina) deposta nel 439; di Vercelli era un titulus funerario del 470 che ricordava Maianus e il padre Luppianus, entrambi viri ìnlustres; un altro epitaffio veronese, del 531, ricorda Placidia inlustris puella e uno di Trieste del 571 un Maurentius v(ir) i(nlustris); sono infine ricordati come committenti una Fausta inlustris femina, nel pavimento musivo della basilica di Parenzo e un Apronianus vir inl(ustris) in quello della basilica della Madonna del mare a Trieste infine in S. Giustina di Padova, per i primi decenni del VI secolo, Opilio v(ir) c(larissimus) et in(lustris) p(raefectus) p(raetorio) adqu(e) patncius.
L’interesse del nostro epitaffio aumenta però considerevolmente se si confronta il suo contenuto con i dati offerti da una fonte della metà del VI secolo; descrivendo le vicende della guerra tra Teoderico e Odoaere, l’Anonimo Valesiano scrive:

«Fausto et Longino. His consulibus Odoacar rex exiit de Cremona et ambulavit Mediolanum. Tunc venerunt Wisigothae in auditorium Theoderici et facta est pugna super fluvium Adduam, et ceciderunt populi ab utraque parte, et occisus est Pierius comes domesticorum III idus Augustas et fugit Odoacar Ravennam, et mox subsecutus est eum patricius Theodericus»


Le probabilità di riconoscere nell’iscrizione di Garlate il titulus funerario del generale di Odoacre sono numerose : coincidono il nome e il titolo onorifico, dato che la carica di comes domesticorum dava accesso al rango di illustris, l'ambito geografico dell’avvenimento che è definito dall’Adda, fiume sulla cui sponda sorge Garlate; l’anno e il mese della morte. Diversa è invece l'indicazione del giorno del decesso, dato che al iii idus Augustas dell’Anonimo Valesiano, l’epigrafe contrappone il giorno precedente: iiii idus A(u)cus(tas); una contraddizione sulla quale è necessario soffermarsi, ma che comunque non riteniamo ponga grossi ostacoli.
Il cosiddetto Anonimo Valesiano è in realta un testo conservatosi grazie a due codici, rispettivamente del IX e del XII secolo che riunisce due opere distinte e di diverso contenuto. Nella sua seconda parte L’Anonimo conserva uno scritto redatto in Italia intorno alla metà del VI secolo che racconta gli avvenimenti compresi nel periodo 474-526. Come le altre fonti principali del periodo attinge ampiamente, soprattutto per quanto riguarda le indicazioni cronologiche, ai Fasti Ravennati, o Consularia Italica: una fonte ufficiale perduta nella sua redazione originale che registrava in forma sintetica i principali eventi dello stato.
Informazioni sulla battaglia dell’Adda e la morte di Pierius sono presenti anche nel Chronicon di Cassiodoro e nell’Auctarium Prosperi Hauniensis, tuttavia l’indicazione cronologica precisa è del solo Anonimo e non è quindi possibile un raffronto con altre testimonianze cronachistiche.
Secondo un’opinione del Cessi la data dell’11 agosto non andrebbe riferita alla battaglia dell’Adda, ma al ritorno di Odoacre in Ravenna dopo la sconfitta. A suo giudizio le notizie registrate nei Fasti per questi anni riguardavano esclusivamente eventi concernenti Ravenna come sede di governo e in primo luogo la presenza del sovrano nella capitale; la formula dei Fasti doveva quindi presentarsi più o meno in questo modo:

eo anno, ingressus est Odoacar rex Ravennam III idus augustas;

l’anonimo autore inserì il riferimento cronologico nel tessuto di una narrazione più estesa che presentava il ritorno a Ravenna come originato dallo scontro sull’Adda e cadde in un facile errore.
Per quanto possa farci comodo anticipare di qualche giorno la data della battaglia, non ci sentiamo di condividere quest’opinione che risulta piuttosto restrittiva circa il ventaglio di notizie che potevano essere accolte nel testo originario dei Fasti. La fonte poteva benissimo registrare battaglie decisive e la morte di personalità pubbliche di primo piano; lo stesso Cessi, che esclude la possibilità che i Fasti ricordassero le battaglie di Verona, dell’Adda e della Pineta, riferendo coerentemente le date fornite dalle fonti per questi eventi agli ingressi e alle uscite di Odoacre da Ravenna, accetta invece, non trovando altra spiegazione, che menzionassero lo scontro tra Tufa e Federico presso Trento.
Nel descrivere la battaglia dell’Adda, Cassiodoro e l'aautore dell’Auctarium Hauniense utilizzano un linguaggio letterario e rivelano una personale rielaborazione della notizia rinvenuta nei Fasti; l’Anonimo presenta invece un ordine espositivo, una serie di espressioni tipiche ed una terminologia tecnica che contemplano anche l’indicazione esatta della carica ricoperta dal personaggio e l’indicazione cronologica e che aderiscono perfettamente allo scarno formulano ufficiale che caratterizzava i Fasti.
L’attendibilità della notizia e la fedeltà dell’Anonimo nell’utilizzazione della sua fonte non escludono che un errore nell’indicazione del giorno della battaglia sia imputabile alla tradizione manoscritta se, con un poco di pedanteria, confrontiamo altri dati cronologici attinti dai Fasti e utilizzati dalle varie fonti coeve non è raro riscontrare divergenze anche sensibili originate da errori degli amanuensi o dal cattivo inserimento dei dati cronologici nel contesto narrativo.
Allo stesso modo si può pensare ad uno sbaglio del lapicida. L’iscrizione non manca dì altri errori che rivelano l’imperizia dell’artigiano e, se si considerano più in generale le caratteristiche delle epigrafi del tempo, risulta tutt’altro che infrequente riscontrare, quando è possibile un controllo delle indicazioni numeriche, per esempio nella corrispondenza tra anno consolare e indizione, imprecisioni ed errori che, è un’osservazione del Grossi Gondi, dipendono soprattutto, come nel nostro caso, dall’aggiunta o dall’omissione di una I. Forse l’errore nacque per una sorta di ipercorrettismo: il lapicida, presumibilmente analfabeta, preoccupato di aggiungere dopo le tre aste del numerale, quella iniziale della parola idus, finì col calcolarne una di troppo.
La nostra epigrafe si segnala come particolare anche per un altro aspetto: G. B. De Rossi aveva notato sulla base delle epigrafi a lui note, che il collega al consolato di Fausto giuniore, Longino, che venne nominato in Oriente, non è mai ricordato in lapidi del 490, ma solo in quelle del 491, perché probabilmente la sua elezione era fino a quel momento ignota in Occidente. L’argomento è ripreso dal Cessi che constata la stessa cosa per quasi tutte le tavole consolari occidentali e riporta il fenomeno ai dissensi tra Odoacre e l’imperatore d’Oriente nel decennio 480-490 non si riconoscevano in Oriente i consoli nominati da Odoacre in Occidente, mentre in Italia normalmente non si promulgano i nomi di quelli orientali. Con il 491, invece, quando Odoacre è assediato in Ravenna e non è più possibile il regolare esercizio delle funzioni di nomina, la sovranità orientale riacquista piena efficienza.
Dato che la nostra epigrafe menziona entrambi i consoli, può essere utile verificare se quello di Garlate è l’unico titulus con questa particolarità o se ve ne sono altri.
Tra le epigrafi sicuramente assegnabili al 490, escludendo quindi quelle che la genericità della menzione impedisce di riferire al Fausto console nel 490 piuttosto che a quello del 483, il De Rossi ricordava per Roma il titulus di Rome, deposta il 9 gennaio, quello di Thomas ed Agnes, del 1 settembre, e un frammento privo dell’indicazione del mese; a queste testimonianze va aggiunta un’altra lastra frammentaria romana, quella di un Septimin(us), priva anch’essa dell’indicazione del mese e la lettera che papa Felice indirizza il 1 maggio all’archimandrita costantinopolitano Thalasius.
Allargando l’indagine al resto d’Italia vanno ricordati il titulus genovese di Iohannes del 28 settembre; uno frammentario di Vercelli di fine settembre-ottobre; quello del vescovo di Zuglio Ienuarius di fine ottobre-novembre; quello da Terni del v(ir) h(onestus) Frilitus dell’11 novembre; quello di Cimitile del vescovo Theodosius del 7 dicembre; uno senza indicazione del mese di una Zenobia da Roccarainola (NA).
Oltre a quella di Pierius, l’unica iscrizione che abbiamo individuata con la menzione dei due consoli è stata ritrovata nella basilica di S. Abbondio in Como e ricorda la deposizione di un Iohannis avvenuta il 4 agosto. E'
certo un fatto non casuale che l’elezione di Longino, ignota o deliberatamente ignorata, a quel che sembra, in diverse parti d’Italia: ancora agli iniizi di settembre a Roma, tra settembre e novembre a Genova, Vercelli, Zuglio, Temi, verso la fine dell’anno a Cimitile, era invece conosciuta ed espressa in epigrafi comasche dei primi giorni d’agosto, una delle quali riferibile ad uno stretto collaboratore del capo sciro. Una riflessione sui significati che questo dato può assumere esula dagli scopi della presente indagine e necessiterebbe di una valutazione più estesa delle indicazioni cronologiche contenute nelle epigrafi o in altre fonti dell’età di Odoacre e delle eventuali motivazioni politico-diplomatiche dell’assenza/presenza del nome del console orientale; in questa sede ci preme soltanto collegare la menzione di Longino nei due epitaffi alla presenza dell’esercito di Odoacre nel circondano di Como.