PIERIUS E LA SUA SEPOLTURA


Le informazioni di cui disponiamo su Pierius non sono molte e riguardano solo gli ultimi tre anni della sua vita. Nel 488 è già comes ed è ricordato da Eugippio mentre sovnintende all’evacuazione della popolazione romanza del Norico; circostanza nella quale vengono traslati in Italia anche i resti di S. Severino, trasportati su un carro fino a Feltre.
Successivamente, il 18 marzo del 489, Pierius risulta beneficiario di una cospicua donazione di terre da parte di Odoacre, forse la ricompensa per il buon esito della missione nel Norico, in cui viene designato amichevolmente «vir inlustris et magnificus frater». I beni, che fornivano una rendita annuale complessiva di 690 solidi, comprendevano la Massa Pyramitana (per 450 solidi) e tre piccoli fondi limitrofi (per 40 solidi) nel territorio di Siracusa e l’isola di Meleda (per 200 solidi) in Dalmazia. Quest’isola conserva ampie testimonianze architettoniche di un palazzo tardoantico che si è voluto attribuire all’iniziativa di Pierius: comprende un corpo principale affacciato sul mare e con una grande sala basilicale, un’ampia recinzione e, poco discosto, un edificio minore che forse serviva da cappella.
Sulla nazionalità e l’origine familiare di Pierius si possono fare solo delle supposizioni. Il nome è di origine greca e di derivazione geografica, neli’epigrafia dell’Italia settentrionale non risulta altrimenti attestato, qualche testimonianza epigrafica si ha invece per Roma. Tra i personaggi di qualche importanza con questo nome, si ricordano per la fine del III secolo, il parente di una vestale; un funzionario amico di Libanio e residente in oriente che viene accusato di peculato intorno al 360; tra fine IV e inizio V secolo, un clarissimus, corrispondente di Simmaco, che viveva oltre mare, forse in Africa; nella prima metà del V secolo due distinti corrispondenti del monaco Nilo che vivevano in oriente, rispettivamente un clarissimus ed un comes; a Roma un praefectus urbi, ricordato in una novella di Valentiniano III del giugno 440 e infine un primicerius singulariorum praefecti praetorio ricordato da Cassiodoro.
Nell’età di Odoacre le cariche «illustres» risultano ripartite tra i membri delle famiglie aristocratiche romane, la nobiltà palatina ravennate e l’elemento militare germanico; sono sicuramente aristocratici romani 3 dei 4 comites domesticorum dell’epoca che documentano come la carica, per quanto conservasse una reale importanza militare, non fosse normalmente affidata a germani, ma a membri di famiglie di rango senatorio: Glabrio Anastasio e Venanzio Severo Fausto, ricoprono la carica prima del 483, Turcio Rufio Aproniano Asterio, prima del 493; per tutti e tre risultano riservati dei seggi nel Colosseo e per gli ultimi due il legame con Roma è ulteriormente precisato dalla nomina a praefectus urbi; per analogia si può pensare che anche il nostro Pierius appartenesse ad una famiglia senatoriale romana, forse alla stessa del praefectus urbi del 440.
Circa il ritrovamento della lapide nell’ambito del complesso chiesastico di S. Stefano di Garlate va detto che, per quanto non disponiamo di testimonianze architettoniche che documentino con sicurezza l’esistenza di una fase edilizia paleocristiana, non mancano indizi che rendono la cosa altamente probabile.
La più antica descrizione dell’edificio di cui disponiamo risale alla visita pastorale di S. Carlo del 1570 e presenta un edificio a tre navate molto rovinato che rispecchia forse una fase costruttiva romanica, ma la chiesa, dal titolo che può riflettere una fondazione antica e che è documentata per la prima volta nel 985, quando risulta sede pievana, ha restituito diversi materiali di V-VI secolo. Due altri frammenti epigrafici furono visti dall’Allegranza nel pavimento della chiesa, del primo risultava leggibile solo la data di deposizione del defunto, assegnabile al 491; il secondo presentava quattro distinti epitaffi funerari, dei quali i primi tre del 539.
Durante i lavori del 1896, inoltre, si rinvenne sotto l’altar maggiore una fossa per reliquie, chiusa da una lastra rettangolare di marmo bianco (cm 40 x 30) decorata da una semplice croce greca apicata, che conteneva 3 capselle, inserite una nell’altra. Due, prive di decorazione, sono in pietra, la terza, in argento, conteneva 3 laminette dello stesso materiale, frammenti di stoffa e un vasetto di vetro.
La capsella argentea, di forma parallelepipeda e lavorata a sbalzo, purtroppo gravemente danneggiata in occasione del ritrovamento, è decorata sui lati da scene bibliche interpretate simbolicamente da coppie di agnelli, tra le quali è chiaramente riconoscibile quella del miracolo mosaico della sorgente, ed è collocabile cronologicamente tra fine IV e prima metà del V secolo; nell’ambito del V secolo sono da ritenersi anche le laminette argentee, con identica raffigurazione di santo chierico impressa a matrice.

LA CAPSELLA ARGENTEA - SEC. IV-V (alt.6cm. lati 9 cm) - Esodo 17,1-6

Nella chiesa di S. Stefano si conservano anche tre colonnine marmoree con capitellini corinzi a foglie lisce pertinenti un altare a mensa che possono rientrare anch’esse in una cronologia di V-VI secolo, ma che nel ‘500 risultavano collocate nella vicina chiesa canonicale di S. Agnese.
Per quanto Ennodio ricordi con macabra retorica che dopo la battaglia di Verona il campo risplendeva delle ossa di nemici uccisi ed esprima poco pietosamente il desiderio che questo spettacolo non sparisca mai, la sepoltura dei caduti era pratica normalmente osservata dagli eserciti del tempo, cui ottemperavano, per quanto possibile, anche gli eserciti sconfitti o alla quale potevano provvedere anche privati cittadini; la documentazione offerta dalle fonti di IV-VI secolo mostra che ciò valeva innanzitutto per comandanti ed ufficiali; che, quando possibile, la tumulazione seguiva immediatamente il combattimento e in genere avveniva durante la tregua notturna; che si cercava di celebrare dignitosamente le esequie. Non mancano altri esempi in cui un defunto di qualche importanza viene sepolto provvisoriamente in attesa di una sistemazione migliore oppure viene trasportato a grande distanza dal luogo di morte per essere deposto in un sito particolarmente appropriato alla sua condizione.
Mi sembra che la sepoltura di Pierius nella chiesa di Garlate non trovi altra giustificazione se non quella che lo scontro con le forze di Teoderico e la morte del generale siano avvenute a non molta distanza. In effetti pare improbabile pensare che tra Pierius e questa località sull’Adda esistesse un rapporto particolare, per esempio l’esistenza di una tenuta del comes, che motivasse la traslazione dei resti del generale da un luogo lontano. Si tratterrebbe di una sepoltura di fortuna, curata da qualche notabile locale o dagli stessi compagni d’arme del generale attardatisi ad onorarne le esequie prima della ritirata. Se la semplicità dell’epitaffio e la grande imperizia del lapicida cui venne commissionato il perfezionamento dell’opera, non rendevano particolare onore alla condizione elevata che Pierius aveva rivestito in vita, ci si era perlomeno preoccupati di seppellire in un luogo sacro chi aveva avuto qualche parte nella traslazione delle reliquie di S. Severino dal Norico. Si scelse forse un loculo in prossimità dell’altare e delle sacre reliquie conservatevi al disotto; una posizione privilegiata e frequentemente eletta anche per membri del clero come quel sacerdote per il cui epitaffio fu riutilizzata la lastra del comes.


GARLATE E IL MONTE BARRO


L’ambito territoriale entro il quale sorge Garlate è fortemente caratterizzato da un lato dalla presenza dell’Adda che, uscito dal Lario e prima di assumere un corso regolare, si allarga a formare i due laghetti di Garlate e Olginate, dall’altro da una serie di rilievi paralleli al corso del fiume e relativamente elevati che costituiscono una propaggine montuosa rivolta verso la pianura, si tratta del Monte Barro, del Monte della Regina e più a Sud del Monte Croce e del S. Genesio.
In età tardoantica quest’area risulta interessata dal passaggio della strada che collegava Como a Bergamo e Brescia: di questa via raffigurata nella Tabula Peutingeriana e ricordata anche nell’Anonimo Ravennate e in Guidone è possibile localizzare con sicurezza il passaggio dell’Adda a Olginate sulla base dei resti di un ponte romano ancora oggi visibili nei periodi di magra del fiume. Da Bergamo, passando per Almenno e la Val S. Martino, la strada raggiungeva il ponte di Olginate, di qui passava per Garlate e Prapaido, superava il rilievo collinare attraverso la sella di Galbiate e lambiva le falde meridionali e occidentali del Monte Barro raggiungendo Sala al Barro; per questo tratto vengono citati tre toponimi attestati nella documentazione bassomedievale che si riferiscono al percorso stradale ad Carubium (da quadrivium), ora Caribbio; ad Carubiolum e ad Miliarium forse coincidente col prato Miè presso Migliorate; oltre Sala la via raggiungeva Civate e seguendo un tracciato pedemontano arrivava a Como.
Nell’area di Garlate dovevano convergere anche altre due strade: la prima ipotizzata dal Passerini costituisce il prolungamento della via Milano - Monza e raggiungeva il ponte di Olginate toccando Arcore, Bernate, Velate, forse Cernusco Lombardone, Olgiate e la costiera dell’Adda, l’altra, ricostruita da Mirabella Roberti, si staccava dalla Milano-Como all’altezza di Carate e, passando per Agliate, Renate, Cassago, Bulciago, Garbagnate Monastero, Molteno e Oggiono, si univa alla sella di Galbiate con la Bergamo-Como.
Oltre ai materiali provenienti dalla chiesa di S. Stefano, il territorio ha restituito altre testimonianze tardoantiche poco a nord di Garlate in località Figina, venne recuperata una necropoli di una decina di tombe con corredi inquadrabili nel IV-V secolo: tra i reperti si segnalano un piatto di produzione africana e un’anforetta di provenienza microasiatica piuttosto inconsueti nelle necropoli d’area comasca, la cui presenza viene messa in relazione con le vie di comunicazione che interessavano l’area.
Molto importanti per il nostro discorso sono soprattutto i ritrovamenti effettuati sul Monte Barro, località che è sempre stata oggetto di congetture più o meno favolose e che gli scavi archeologici iniziati nel 1986 ed ancora in corso hanno riconosciuto come sede di uno stanziamento di età gota.
Le indagini hanno individuato un sistema fortificato piuttosto articolato che abbraccia un’ampia area del rilievo: a mezza costa sul versante sud-orientale è stata indagata parte della cerchia muraria con torri quadre e, sul versante occidentale, ai Piani di Barra, è stato riconosciuto un edificio residenziale costituito da tre corpi di fabbrica su due piani edificati intorno ad un grande cortile centrale (26,5 x 31,6), che sembra riprendere in forma semplificata schemi planimetrici ben documentati nelle ville tardoantiche; le strutture sono realizzate utilizzando materiali di buona qualità estratti da una cava vicina. L’ala orientale, cui era probabilmente simile quella occidentale in gran parte perduta, era costituita da un unico grande ambiente (10,80 x 27,60) diviso in due navate da 7 pilastri; l’ala settentrionale comprende invece un ambiente rettangolare centrale, ed altri minori disposti simmetricamente ai lati. Frammenti di intonaco policromo e manufatti di particolare significato, tra i quali una corona pensile in bronzo, reperiti nei depositi di crollo del vano soprastante la sala centrale, suggeriscono per questo vano funzioni di rappresentanza.
L’impianto originario conosce una seconda fase che determina la modifica di alcuni ambienti e, nel grande ambiente dell’ala orientale, la creazione di pareti divisorie in materiale deperibile e di alcuni focolari. È stato notato dagli scopritori un certo scarto tecnologico tra le caratteristiche dell’edificio e le modalità di utilizzazione che rendono «plausibile una differenza di cultura materiale tra chi ha costruito l’edificio e chi l’ha utilizzato».
La cronologia dell’edificio e del suo utilizzo poggia sulla datazione dei materiali ceramici e sul ritrovamento di un discreto quantitativo di monete e viene posta tra il secondo quarto del V e la metà del VI secolo. Le attestazioni monetali paiono documentare una frequentazione del sito nei decenni centrali del V secolo (7 monete tra 410-423 e 457-461) e in tarda età gota (5 monete da Atalarico a Vitige: 526-540); constatando però che l’edificio non pare avere avuto una vita troppo lunga GianPiero Brogiolo tende a restringere la fase di costruzione e di utilizzo alla prima metà del VI secolo, giudicando come residuali le monete di metà V secolo o riferibili ad una fase di occupazione precedente di cui resta solo qualche esigua traccia.

 

LE MONETE